Igiene e sanità nell'acquacoltura

Elenco specie ittiche e patologie comuni

SPECIE ITTICA

PARASSITI

Protozoi

Metazoi

Cyprinus carpio Lin.,1758

Chilodinella cyprini, Trypanosoma sp.,  Trypanoplasma sp.,  Sphaerospora sp.,  Eimeria sp.,  Trichodina nigra, Trichodina perforate, Trichodina acuta, Trichodina mutabilis, Trichodina domerquei, Trichodinella sp.,  Trichodinella subtilis, Apiosoma piscicolum, Ichthyophthirius multifilis, Costia necatrix, Cryptobia branchialis, Epistylis sp

Gyrodactylus sp.,  Dactylogyrus sp.,  Dactylogyrus vastator, Dactylogyrus anchoratus (Monogenea); Diplostomum spathaecum, Clinostomum complanatum, Sanguinicola sp.,  (Digenea); Pomphorhynchus laevis (Acanthocephala); Caryophyllaeus laticeps (Cestoda); Argulus foliaceus, Lernaea cyprinacea, Ergasilus sp (Arthropoda).

Oncorhynchus mykiss (Walbaum, 1792)

Chilodinella cyprini, Chilodinella  piscicola, Hexamita salmonis, Eimeria truttae, Trichodina nigra, Trichodina domerquei, Trichodinella sp.,  Tripartella sp.,  Ambiphrya sp.,  Apiosoma piscicolum, Ichthyophthirius multifilis, Costia necatrix, Epistylis sp

Gyrodactylus sp.,  Dactylogyrus sp (Monogenea); Clinostomum complanatum, Crepidostomum farionis (Digenea);Pomphorhynchus laevis (Acanthocephala).

Salvelinus fontinalis (Mitchill, 1814)

Costia necatrix, Trichodina sp

-

Salmo trutta labrax Pallas, 1814

Ichthyophthirius multifilis, Costia necatrix

-

Sparus aurata Lin., 1758

Trichodina sp.,  Costia sp.,  Oodinium sp

Microcotyle chrysophrii, Furnestina echeneis (Monogenea); Ceratothoa oestroides (Arthropoda).

Dicentrarchus labrax Lin., 1758

Amyloodinium ocellatum

Diplectenum aequans  (Monogenea); Caligus minimus, Lernanthropus kroyeri, Nerocila orbignyi, Ceratothoa oestroides, Ceratothoa italica (Arthropoda).

Dentex dentex Lin., 1758

Amyloodinium ocellatum, Trichodina sp.,   Epistylis sp.,  Riboscyphidia sp.,  Ceratomyxa sp.

Gyrodactylus sp.,  Microcotyle sp (Monogenea); Clavellotis sp.,  Caligus mauritanicus Anilocra physodes (Arthropoda).

Puntazzo puntazzo (Cetti, 1777)

-

Lamellodiscus ignoratus (Monogenea).

Argyrosomus regius (Asso, 1801) 

-

Benedenia sciaenae (Monogenea).

Seriola dumerili (Risso, 1810)

Zeuxapta seriolae (Monogenea); Pennella instructa (Arthropoda).

 

La linfocisti un vecchio problema, ma ancora attuale

La linfocisti é una patologia cronica e benigna sostenuta da uno o più agenti virali che causano un'ipertrofia marcata a livello della cute e delle pinne in più di 100 specie di pesci sia allevati che selvatici. Questa patologia, nota già dal 1914, é causata da uno o più virus appartenenti alla famiglia Iridoviridae. La trasmissione avviene per contatto diretto e in allevamento, quando si stabiliscono elevate densità della popolazione la morbilità é molto elevata, soprattutto se alcune operazioni, da parte dell'allevatore, aumentano i traumi esterni e quindi lo stress. La linfocisti può essere trasmessa per coabitazione, per esposizione ad acqua infetta e non sembra sia coinvolta la via orale. Le popolazioni colpite, che possono appartenere a diversi aree geografiche (acqua dolce, ambiente estuarino e marino) rappresentano un serbatoio per la crescita del virus. Non é stata dimostrata l'esistenza di trasmissione verticale.

Sembra che il tempo di incubazione e la durata della malattia dipendano dalle specie colpite e dalla temperatura dell'acqua.
I noduli possono apparire dopo una settimana o un anno dall'infezione, a seconda della specie ospite e delle condizioni ambientali. Le lesioni, che normalmente si risolvono, possono lasciare leggere cicatrici nel tessuto.
In condizioni normali di allevamento si possono rilevare episodi di cannibalismo a seguito delle lesioni cutanee. I pesci affetti presentano noduli grigiastri, disseminati nella cute e pinne, che possono creare problemi al nuoto. Tali formazioni sono costituite da ammassi di cellule ipertrofiche (le dimensioni aumentano di 50.000-100.000 volte) all'interno del tessuto connettivo, le cosiddette cellule della linfocisti. Le cellule presentano una capsula ialina, un grosso nucleo e grandi inclusioni citoplasmatiche basofile. Nel citoplasma di queste particolari cellule maturano i virioni, i virus responsabili della malattia.

Raramente si notano lesioni a carico degli organi interni.
Nel corso della malattia clinica i soggetti colpiti non si alimentano regolarmente.
La diagnosi si basa sull'osservazione delle specifiche lesioni. In seguito, per verificare la diagnosi si conducono in laboratorio test istologici e si effettua l'isolamento del virus su specifici terreni di coltura, costituiti da cellule. Non vengono invece applicate tecniche sierologiche come esami di routine. In vitro si è osservato che il virus viene inattivato quando esposto all'etere o al cloroformio, al calore (56-60°C), o pH 3, ma è resistente a cicli di congelamento e scongelamento.

Le perdite economiche non sono apparentemente significative. Negli allevamenti di branzini questa patologia può rappresentare un fattore limitante durante il primo stadio di vita, quando gli avannotti raggiungono 1-3 mesi di vita.
La situazione può essere aggravata dalle infezioni batteriche che si instaurano sulle lesioni ulcerose derivate da fenomeni di cannibalismo.
La persistenza di evidenti segni esterni per 1-2 mesi, accompagnata da una crescita ridotta, ovviamente impedisce la vendita dei pesci colpiti che assumono un aspetto sgradevole. Quindi oltre al danno economico diretto, costituito essenzialmente dalla mortalità dei soggetti e dai costi relativi ai trattamenti terapeutici, esiste un secondo danno, non meno grave, rappresentato dalla ritardata vendita durante la fase sintomatica che provoca un momentaneo arresto dei cicli di produzione. Il controllo della linfocisti consiste nell'esclusione dell'agente virale dagli allevamenti. Gli impianti infetti vanno svuotati, disinfettati e ripopolati con uova precedentemente disinfettate.

Oggi per ridurre il danno economico dovuto alle infezioni batteriche secondarie si ricorre agli antibiotici, somministrati per via orale, ma quando impiegati in dosi massicce possono creare problemi, perché inducono fenomeni di farmacoresistenza. Fino a questo momento non si conoscono invece terapie specifiche e sistemi di immunizzazione nei confronti del virus.

Vengono quindi suggeriti dei sistemi di profilassi e prevenzione come il trattamento dell'acqua di rifornimento mediante raggi ultravioletti e la disinfezione delle uova embrionate, osservando per tutte le operazioni scrupolose norme igieniche, e gestendo l'allevamento in modo da ridurre ogni stress.

Dott.ssa Sandra Zanchetta
Dott.ssa Antonella Magni

Misure di igiene e profilassi in acquacoltura

Negli ultimi mesi la stampa e le televisioni di tutto il mondo hanno riferito dei gravi episodi di malattia che hanno interessato diverse specie animali, in particolare ruminanti, suini e volatili.

Per i primi, oltre alla grave problematica della BSE (Encefalopatia Spongiforme Bovina) nelle ultime settimane la comparsa dell’afta, malattia altamente contagiosa che colpisce tutti gli animali ad “unghia fessa”, ha comportato l’abbattimento di migliaia di capi e drastiche misure nella movimentazione degli animali per impedire la diffusione della malattia . Nel caso dei volatili, invece, nonostante le drastiche misure igienico sanitarie adottate e l’abbattimento di numerosi animali durante l’epidemia di influenza aviaria, a distanza di alcuni mesi si sono ripresentati alcuni focolai di malattia, che stanno tutt’oggi ostacolando l’attività produttiva di questo importante settore della zootecnia italiana. Questa premessa ha lo scopo di introdurre un argomento, quello delle misure di igiene e profilassi applicate all’allevamento degli animali, che interessa ovviamente anche il settore dell’acquacoltura. Alcuni concetti sono validi per tutte le tipologie di produzione zootecnica, come ad esempio il controllo della movimentazione degli animali e degli automezzi, mentre altri sono peculiari del settore ittico. Il complesso di misure igienico sanitarie, comportamentali e profilattiche volte ad impedire o limitare al minimo l’introduzione di agenti patogeni potenzialmente responsabili di malattia negli animali va sotto il nome di “procedure di biosicurezza”.
Per poterle prendere in considerazione in maniera dettagliata vale la pena riflettere, caso per caso, sui seguenti punti critici nella gestione sanitaria di un allevamento ittico:
1. approvvigionamento idrico dell’azienda;
2. ubicazione dell’allevamento;
3. conduzione dell’azienda;
4. movimentazione degli animali, dei mezzi e delle persone;
5. gestione delle attrezzature;
6. presenza di animali indesiderati;
7. profilassi vaccinale.


1) APPROVVIGIONAMENTO IDRICO DELL’AZIENDA.
Fermo restando che le acque di pozzo o di risorgiva sono solitamente, malattia da gas o presenza di metalli a parte, le migliori per l’allevamento d’acqua dolce, nel caso di acque di derivazione si possono, e in alcuni casi si devono, adottare mezzi di trattamento delle acque che vanno dalle semplici vasche di decantazione all’utilizzo di filtri meccanici, biologici o all’applicazione di raggi U.V. ed ozono. Ovviamente, a parte le scelte obbligate determinate dalla tipologia dell’impianto (ad esempio avannotterie) un calcolo costi/benefici potrà influenzare il tipo di scelta ma, essendo l’approvvigionamento idrico basilare nella conduzione dell’azienda e spesso una via di entrata di numerosi patogeni, bisognerà valutarlo con la massima attenzione.

2) UBICAZIONE DELL’ALLEVAMENTO
Qualora si decidesse di costruire un nuovo impianto, sia esso d’acqua dolce che marino, oltre ad individuare la zona ideale per la tipologia di allevamento che si vuole intraprendere, non bisognerà dimenticare alcuni concetti base di biosicurezza:
• evitare zone con eccessiva densità di allevamenti e ad alta densità di traffico;
• evitare zone a rischio di inondazioni;
• evitare la vicinanza a grossi insediamenti urbani o industriali;
• evitare la promiscuità con allevamenti di altre specie e/o industrie di lavorazione di prodotti di origine animale.
Per altre specie si intendono non solo quelle ittiche, onde evitare il ripetersi di episodi analoghi a quanto verificatosi nel nord europa con l’anemia infettiva del salmone, diffusasi anche per la presenza di stabilimenti di trasformazione del pesce in prossimità di gabbie galleggianti, ma anche altre specie animali. Grossi allevamenti bovini o suini, ad esempio, possono contaminare le falde o le acque superficiali non solo con sostanze potenzialmente tossiche (residui di farmaci, metalli pesanti,ecc.) ma anche con microrganismi potenzialmente pericolosi per i pesci (ad esempio A. hydrophila, Enterococchi, Streptococchi, Vibrioni, ecc.).

3) CONDUZIONE DELL’AZIENDA

Così come a livello industriale esistono le Good Manufacture Practices (Buone Pratiche di Produzione) e a livello laboratoristico esistono le Good Laboratory Practices (Buone Pratiche di Laboratorio) anche in acquacoltura da alcuni anni esiste un codice di condotta responsabile dell’allevamento che, mi si consenta l’analogia, potremmo anche definire Buone Pratiche di Allevamento. Nell’ambito della conduzione di un’azienda, da un punto di vista sanitario, bisognerà osservare scrupolosamente i seguenti punti.
• Evitare sovraffollamenti inutili che, oltre a creare stress nell’animale, facilitano la diffusione dei patogeni. In tutte le specie animali, uomo compreso, la concentrazione eccessiva di soggetti favorisce il contagio delle malattie infettive.
• Curare l’alimentazione, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo, evitando eccessi alimentari e attenendosi alle istruzioni impartite dalle ditte specializzate del settore. Un fattore spesso sottovalutato, inoltre, riguarda la non corretta conservazione del mangime, che può perdere le proprie capacità nutrizionali o peggio ancora contaminarsi con muffe e micotossine se non conservato adeguatamente (luoghi asciutti, ventilati e possibilmente freschi).
• Formare e soprattutto coinvolgere il personale: una buona formazione di base sulle procedure di biosicurezza garantisce molto meglio che non l’utilizzo, magari a sproposito, di disinfettanti, antibiotici o vaccini.
• Informatizzare l’azienda: un controllo automatico e in continuo di alcuni parametri dell’acqua (ph, ossigeno, temperatura) o la distribuzione automatica del mangime possono ridurre notevolmente i rischi di focolai di malattia e i costi di produzione.

4) MOVIMENTAZIONE DI MEZZI, ANIMALI E PERSONE.
Senza voler sminuire gli altri punti critici, va sottolineata l’importanza della movimentazione di cose e/o persone nella diffusione delle malattie infettive. Senza arrivare all’estrema diffusibilità di malattie come l’afta, che può diffondersi tramite il vento e le piogge a diversi chilometri di distanza dal focolaio in atto, anche in acquacoltura le malattie virali, batteriche e parassitarie si possono diffondere a macchia d’olio se non si osservano le più banali ma rigorose misure di prevenzione.
• Introdurre animali di provenienza certa e monitorati da un punto di vista sanitario: ciò non vuol dire essere totalmente diffidenti o prevenuti nei confronti del venditore, ma individuare un protocollo comportamentale e di analisi da applicare ogni qualvolta si introducano animali nuovi.
• Applicare, nei limiti del possibile, una quarantena di almeno 15-20 gg. sulle nuove partite o comunque evitare di mescolarle immediatamente ai soggetti già presenti in allevamento, soprattutto se si tratta di riproduttori di pregio.
• Tenere aggiornati i registri di carico/scarico delle partite e segnalare le mortalità in atto con costanza e regolarità, al fine anche di facilitare la diagnosi al responsabile sanitario dell’azienda.
• Evitare visite inutili all’impianto (anche il postino o l’operaio del gas) e soprattutto che il proprio personale lavori in diversi impianti. Nel caso ciò non fosse possibile, l’uso di calzari monouso per gli ospiti oppure il cambio completo di indumenti e calzature per gli operatori dell’allevamento garantiscono un abbattimento notevole dei rischi sanitari.
• Predisporre bagni podalici con iodofori o ipoclorito di sodio all’ingresso delle diverse unità produttive, rinnovando periodicamente, in base alle istruzioni delle ditte fornitrici, la soluzione disinfettante. A tal riguardo è da sottolineare come la cattiva abitudine di immergere le mani in più vasche, soprattutto a livello di avannotterie ed incubatoi, costituisce un elevato rischio di trasmissione delle malattie: il pericolo si riduce notevolmente predisponendo delle soluzioni disinfettanti oppure semplicemente lavandosi con acqua e sapone le mani.

5) ATTREZZATURE
Effettuare una costante manutenzione, pulizia e disinfezione delle vasche: depositi di calcare, crepe, eccessivo sedimento sono tutti fattori negativi che possono favorire l’attecchimento dei patogeni. Laddove il ciclo produttivo lo consenta, accurate pulizie e disinfezioni (vedi API Informa n. 9/2000) possono ridurre notevolmente la carica infettante e quindi il rischio di malattia.
Usare attrezzature dedicate per ogni settore o linea produttiva.
Disinfettare retini, secchi, vasche, setacci, ecc. con:
• iodofori (250 ppm)
• ipoclorito di sodio (200 ppm)
• sali quaternari d’ammonio (200-400 ppm)
• oppure altri disinfettanti specifici disponibili in commercio.

6) PRESENZA DI ANIMALI INDESIDERATI.
Normalmente quando si parla di animali indesiderati si pensa immediatamente agli uccelli ittiofagi, ed in effetti la loro presenza può incidere pesantemente da un punto di vista economico per la perdita diretta di centinaia se non migliaia di soggetti. La possibilità, inoltre, che durante le loro battute di “pesca” possano trasportare pesci o parti di essi da un allevamento infetto ad uno vicino indenne da malattia, è favorita anche dal fatto che i primi soggetti ad essere catturati sono quelli più deboli e defedati che difficilmente riescono a sfuggire a questi voraci predatori.
Oltre agli uccelli ittiofagi altri volatili (piccioni, merli, passeri, oche, cigni, ecc.) o mammiferi (roditori, volpi, faine, ecc.) possono fungere da vettori passivi di malattie, alcune delle quali potenzialmente pericolose per l’uomo (ad esempio salmonellosi e leptospirosi).
Da un punto di vista igienico – sanitario, inoltre, anche l’eccessiva promiscuità tra pesci e animali domestici, soprattutto cani e gatti, rischia di diventare pericolosa, in quanto tali animali si immergono in acqua e passando da una vasca all’altra dell’impianto fungono anch’essi da vettori passivi.
In conclusione, quindi, oltre ai dispositivi antiuccello (reti, fili, cannoncini ad aria compressa, spaventapasseri, ecc.) sarebbe bene allontanare gli animali domestici e selvatici sopra citati ed effettuare delle derattizzazioni programmate e non sporadiche.
A livello di avannotterie ed incubatoi, inoltre, risultano molto importanti le disinfestazioni periodiche nei confronti di mosche, zanzare, moscerini ed altri insetti che, già per il fatto di essere presenti in numero eccessivo, sono sinonimo di scarsa pulizia ed igiene.

7) PROFILASSI VACCINALE.

In merito alle vaccinazioni, si rimanda ai numeri 3/2000 e 4/2000 di API Informa in cui il Prof. Giorgetti ha trattato in maniera esauriente l’argomento. Come unica considerazione personale, mi limito a sottolineare l’importanza delle misure igienico-sanitarie descritte nei punti da 1 a 6 in quanto fondamentali per la buona riuscita di qualsivoglia trattamento vaccinale. Vaccinare animali stressati, defedati o peggio ancora ammalati equivale a buttare via i soldi del vaccino riducendone drasticamente l’efficacia.
Tutte le norme di profilassi che ho elencato sono importanti e tra loro complementari, nel senso che nessuna di esse è indispensabile, ma la loro efficacia è tanto maggiore quanto maggiore è lo scrupolo e soprattutto la costanza con cui si applicano.
Anche l’apparente eccessiva onerosità di alcune operazioni sarà immediatamente controbilanciata dalla minore spesa legata alla minore mortalità, alla miglior conversione del mangime e alla riduzione del costo di trattamenti terapeutici. Il tutto, inoltre, comporterà un ritorno di immagine positiva nei confronti dell’opinione pubblica che vedrà l’allevatore di pesce come una persona responsabile sempre più
attenta al benessere animale, all’impatto ambientale e alle esigenze del consumatore relativamente alla qualità del prodotto finale.

Dott. Amedeo Manfrin
I.Z.S. delle Venezie (Legnaro- PD)

Patologie e farmaci registrati per l'acquacoltura - una visione europea

Uno dei più attuali argomenti di discussione è oggi giorno la disponibilità di farmaci autorizzati per l’utilizzo sulle specie acquatiche allevate. L’acquacoltura sta assumendo sempre più un’identità internazionale sia a livello di commercio di uova e avannotti che di prodotto finito, per cui diviene interessante e quasi inevitabile portare a confronto le realtà presenti nei maggiori paesi produttori europei. Questo studio è stato condotto, ed è ancora in via di completamento, nel quadro delle Conferenze itineranti del Workshop PROFET, organizzate nel corso del 2003 e 2004 dalla FEAP (Federation of European Aquaculture Producers). Alla luce delle attuali normative europee e nazionali che regolamentano l’autorizzazione all’immissione in commercio di medicinali veterinari per le specie animali, o l’autorizzazione temporanea di alcuni farmaci o ancora le loro prove cliniche (Regolamento n. 2377/90/EEC, Direttiva n. 2001/82/EC, Proposta n. 2001/0254 (COD)), ne emerge quanto segue:

- uno scarso interesse da parte delle industrie farmaceutiche a livello europeo a registrare nuove molecole o difendere prodotti noti a causa della scarsa redditività ottenibile dal settore acquacoltura in confronto agli alti costi di registrazione dei farmaci;

- una forte disomogeneità tra i vari Stati Membri nell’interpretazione delle normative che regolamentano l’utilizzo temporaneo e/o le prove cliniche di farmaci veterinari;

Ciò dà luogo a diverse conseguenze:

- per le patologie più note e conosciute sono normalmente registrati dei medicinali la cui efficacia è stata purtroppo da tempo superata, mentre le nuove molecole efficaci in vitro non possono essere utilizzate in quanto non registrate;. Unica nota positiva la disponibilità per tali malattie di prodotti immunologici (vaccini)

- per le nuove patologie solo pochissimi Stati Membri rendono disponibili farmaci e/o vaccini efficaci e sicuri per la profilassi e la terapia, e comunque solo con permessi speciali e temporanei;

- in quasi tutti gli Stati Membri i principi attivi utilizzati come disinfettanti e gli anestetici non sono registrati per l’utilizzo sugli animali, in quanto tali prodotti non sono economicamente interessanti (alti costi di registrazione in rapporto a bassi costi di produzione e di vendita);

Tab. I: disponibilità di farmaci per le più comuni patologie in troticoltura


Malattia
Farmaci registrati
Aiuto gestione
Farmaci necessari
Disponibilità
Bocca Rossa
Antibiotici/
Vaccini
No
Richiamo vaccinale
UK
?
Flexibatteriosi
Antibiotici
No
Florfenicolo
Vaccino
UK(f)
Lattococcosi
Antibiotici
Si
Eritromicina
Florfenicolo
Vaccino
UK(f)
Spagna (e,f,v)
Italia (v)
IPN
Nessuno
Vaccino
Norvegia
Cile
 

PKD

Nessuno

Vaccino?

Ittioftiriasi

Nessuno

Vaccino ?

Antiparassitari


Per quanto riguarda la lista dei farmaci registrati nei vari peasi dell’Unione Europea possiamo notare come una lista potenzialmente molto lunga di farmaci efficaci venga ridotta moltissimo nel momento in cui si vada a controllare la loro possibilità di utilizzo ufficiale, in seguito ad ottenimento di Autorizzazione Immissione in Commercio (A.I.C.), anche solo a livello nazionale.

Tab. II: lista farmaci registrati per l’utilizzo in acquacoltura

Antibiotici

I

D

DK

NL

F

UK

E

Gr

Amoxicillina

X

X*

X

Tetraciclines

X

X

X

X

X

Flumequina

X

X

Acido oxolinico

X

X

X

Sulfamidici pot.

X

X

X

X

X*

X

Sarafloxacina

X*

Florfenicolo

X*

Eritromicina

Vaccini

Bocca Rossa

X

X

X

X

Vibrioni

X

X

X

X

Lattococcosi

Foruncolosi

X

X

Disinf./antiparass.

NaCl

X

Formalina

X

X

CaO o CaOH

X

Cloramina T/B

X

Composti iodofori

Uova

X

Cloruro di Benzalconio

X

Glutaraldeide

X

Composti ammonio IV

Acido peracetico

Biocare SPC

X

Perossido d’idrogeno

X*

Azamethipos

X*

Cypermethrina

X*

Bronopol

Uova*

Fenbendazolo

X*

Emamectina

X*

Teflubenzuron

X*

Anestetici

MS 222

X


Phenoxyetanolo
(*) registrato per il salmone, in deroga per la trota
La maggior parte dei principi attivi contenuti in medicinali veterinari, ed in particolare le nuove molecole, sono autorizzate all’utilizzo da permessi temporanei di diverso tipo, rilasciati dai singoli Stati Membri a seguito di una interpretazione individuale delle normative europee, e a secondo della più o meno forte volontà di agevolare le attività produttive o proteggere le richieste delle associazioni ambientaliste.
Da tale panorama le conclusioni sono facilmente tratte: le produzioni di alcuni paesi possono a volte essere ostacolate rispetto ad altri Stati Membri produttori da una interpretazione disomogenea delle normative comunitarie che regolamentano la disponibilità dei farmaci veterinari per l’acquacoltura. Ne deriva un forte pericolo di concorrenza sleale che può danneggiare i traffici commerciali di alcuni paesi produttori. Inoltre si potrebbe pensare che i concetti stessi di salute e benessere animale nonché di salute umana non hanno un’unanime interpretazione a livello europeo. Da qui nasce la richiesta affinché maggiore attenzione a livello di ricerca e di suoi finanziamenti da parte dell’Unione Europea sia rivolta a tutte quelle situazioni di disomogeneità e soprattutto di vuoto causate dallo scarso interesse dell’industria farmaceutica sui ritorni economici realizzabili nel nostro comparto produttivo, e affinché i concetti di utilizzo in deroga ed autorizzazione temporanea all’utilizzo del farmaco veterinario vengano interpretati nello stesso modo all’interno di tutti i paesi dell’Unione.

Dott.ssa Loredana Locatelli

Principali norme di polizia sanitaria per la commercializzazione di animali e prodotti di acquacoltura

Allo scopo di fornire un’informazione completa sulle misure di polizia sanitaria per la commercializzazione di animali e prodotti di acquacoltua, in riferimento anche alladisciplina della semina in acqua pubbliche di pesci e uova embrionate, di seguio elenchiamo le:

Normativa Comunitaria di Riferimento
- Direttiva 93/53/CEE del 24 giugno 1993 - Direttiva del Consiglio recante misure comunitarie minime di lotta contro talune malattie dei pesci.
- Direttiva 91/67/CEE del 28 gennaio 1991 - Direttiva del Consiglio che stabilisce le norme di polizia sanitaria per la commercializzazione di animali e prodotti d'acquacoltura.
Normativa Italiana
Decreti del Presidente della Repubblica
- D.P.R. n. 425 del 24 ottobre 2001 - Regolamento di attuazione della direttiva 2000/27/CE, che modifica la direttiva 93/53/CEE, recante misure comunitarie minime di lotta contro talune malattie dei pesci.
- D.P.R. n. 543 del 16 dicembre 1999 - Regolamento recante norme di attuazione della direttiva 98/45/CEE concernente norme di polizia sanitaria per la commercializzazione di animali e prodotti di acquacoltura.
- D.P.R. n. 263 del 03 luglio 1997 - Regolamento di attuazione della direttiva 93/53/CEE recante misure comunitarie minime di lotta contro talune malattie dei pesci.
- D.P.R. n. 555 del 30 dicembre 1992 - Regolamento per l'attuazione della direttiva 91/67/CEE che stabilisce norme di polizia sanitaria per i prodotti di acquacoltura - (Modificato dal Decreto 29/01/97)
- D.P.R. n. 320 del 08 febbraio 1954 - Regolamento di polizia veterinaria
Decreto del Ministero della Sanità
- Decreto del Ministero della Sanità del 29 gennaio 1997 - Modificazioni al Decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1992, n. 555, recante regolamento di attuazione alla direttiva 91/67/CEE che stabilisce le norme di polizia sanitaria per la commercializzazione di animali e prodotti dell'acquacoltura.
Ordinanza del Ministero della Salute
- Ordinanza del Ministero della Salute del 11 ottobre 2001 - Misure di polizia veterinaria per la semina in acque pubbliche di pesci e uova embrionate.
- Ordinanza del Ministero della Sanità del 02 settembre 1996 - Misure di lotta contro la setticemia emorragia virale e la necrosi ematopoietica infettiva dei pesci.
- Ordinanza del Ministero della Sanità del 10 maggio 1991 - Norme per la profilassi di malattie di animali.
Circolari Ministero della Salute
- Circolare del Ministero della Salute n. 600.7...254 del 09 aprile 2002 - O.M. 11 ottobre 2001. Misure di polizia veterinaria per la semina in acque pubbliche di pesci e uova embrionate.
- Circolare del Ministero della Sanità n. 600.7...1260 del 6 dicembre 1999 - Linee guida per il riconoscimento di aziende di acquacoltura indenni da setticemia emorragica virale e necrosi ematopoietica infettiva situate in zone continentali non indenni.
- Circolare del Ministero della Sanità n. 600.7...2129 del 31 agosto 2000- Linee guida per il riconoscimento di zone continentali indenni da setticemia emorragica virale e necrosi ematopoietica infettiva.
- Circolare del Ministero della Sanità n. 600.7...809 del 24 giugno 1999- Registro integrato -Modalità di tenuta dei registri previsti dal DPR 600/73 e dal DPR 263/97.
- Circolare del Ministero della Sanità n. 600.7...866 del 15 luglio 1999 - Misure di lotta contro la setticemia emorragica virale e la necrosi ematopoietica infettiva- riconoscimento comunitario aziende e zone indenni ai sensi del DPR 555/92.
Tutte le norme sopra elencate possono essere scaricate dal sito dell’API

ULTERIORI NORMATIVE DI RIFERIMENTO
− Decisione della Commissione 92/532/CEE del 19 novembre 1992 – Piani di campionamento e metodi diagnostici per individuare e confermare alcune malattie dei pesci.
− Direttiva 93/54/CEE del Consiglio del 24 giugno 1993 – recante modifica della direttiva 91/67/CEE che stabilisce le norme di polizia sanitaria per la commercializzazione di animali e prodotti d’acquacoltura.
− Direttiva 95/22/CE del 22 giugno 1995 - ecante modifica della direttiva 91/67/CEE che stabilisce le norme di polizia sanitaria per la commercializzazione di animali e prodotti d’acquacoltura.
− Decisione della Commissione 96/240/CE del 5 febbraio 1996 - che modifica la decisione 92/532/CEE che stabilisce i piani di campionamento ed i metodi diagnostici per individuare e confermare alcune malattie dei pesci (testo rilevante ai fini del SEE).
− Direttiva 98/45/CE del Consiglio del 24 giugno 1998 - che modifica la direttiva 91/67/CEE che stabilisce le norme di polizia sanitaria per la commercializzazione di animali e prodotti di acquacoltura.
− Ministero delle Finanze, Circolare n. 55/e del 24 marzo 1999 – Attività di piscicoltura. Modalità di tenuta dei registri previsti dal DPR 600/73 e dal DPR 263/97.
− Decisione 1999/567/CE del 27 luglio 1999 – che stabilisce il modello del certificato di cui all’articolo 16, par. 1, della Direttiva 91/67/CEE del Consiglio.
− Direttiva 2000/27/CE del Consiglio del 02 maggio 2000, che modifica la direttiva 93/53/CEE recante misure comunitarie minime di lota contro talune malattie dei pesci.

Streptococcosi Ittiche, con il sopraggiungere della stagione calda

Con il sopraggiungere della stagione calda, si ritorna a parlare insistentemente degli "streptococchi", divenuti oramai la patologia estiva che più colpisce la troticoltura italiana e che sta diffondendosi anche in altre nazioni a vocazione troticola. Oramai quasi ogni allevatore di trote è venuto in contatto nel suo allevamento con questa vera e propria piaga: è per questa sua vasta distribuzione nelle troticolture e per i suoi devastanti effetti, che è da ritenersi senz'altro la principale malattia che colpisce la trota iridea, nell'arco della sua vita commerciale.

Le streptococcosi ittiche presentano una diffusione cosmopolita, colpendo un vasto numero di specie allevate e selvatiche, sia dulciacquicole che marine.
La prima segnalazione di questa malattia venne effettuata in Giappone nella trota iridea nel 1958; seguirono quelle dagli Stati Uniti nei pesci da esca (1966), dal Golfo del Messico in specie estuarine (1974) e, nella seconda metà degli anni '70, dal Giappone e dal Sud Africa in diverse specie ittiche. Nella seconda metà degli anni '80 tale malattia compare in Europa e nei paesi del bacino del Mediterraneo; nel 1986 penalizza fortemente l'allevamento della trota iridea e della tilapia in Israele, mentre nel 1988 viene diagnosticata in Spagna. Ma è negli anni '90 che tale patologia manifesta al massimo la sua pericolosità sul territorio europeo, colpendo diverse specie allevate: nell'estate 1991 fa la sua comparsa in Italia, in allevamenti di trota iridea, mentre nel 1994 si segnalano casi di streptococcosi anche nel rombo in Spagna. Recentemente sono stati riscontrati diversi focolai anche in territorio francese.

Basandosi esclusivamente sulla tassonomia tradizionale, con valutazione delle caratteristiche fenotipiche dei germi, si è spesso andati incontro ad imprecisioni sulla classificazione dei batteri implicati. La tassonomia molecolare invece è riuscita a far luce sull'eziologia della "streptococcosi ittica", dimostrando che sono implicati almeno 4 generi diversi e 7 specie di cocchi gram positivi. Fino a questo punto si è parlato della streptococcosi ittica come di una patologia unica; invece, sebbene i segni clinici e la mortalità siano, per la maggior parte dei casi, analoghi, si devono distinguere due gruppi di malattie. Schematicamente possiamo dividere le streptococcosi ittiche in "streptococcosi d'acqua calda" e "streptococcosi d'acqua fredda", a seconda che causino mortalità al di sopra o al di sotto dei 15° C; questo tipo di classificazione risulta essere semplicistico, ma distingue in modo esauriente le due tipologie di malattie causate da cocchi: la soglia di temperatura alla quale si manifestano le due patologie, è una soglia puramente teorica, in quanto, soprattutto per la streptococcosi d'acqua calda, le manifestazioni cliniche sono presenti anche al di sotto di tale temperatura.

Agenti eziologici della "streptococcosi d'acqua calda", patologia segnalata più di frequente, sono 4 specie di cocchi: Lactococcus garvieae (presente in Italia e Spagna in trota iridea), Streptococcus iniae (presente in Israele, in trota iridea, tilapia e in alcune specie marine), Streptococcus agalactiae (presente in Israele, in tilapia) e Streptococcus parauberis (presente in Spagna, in rombo). Per la "streptococcosi d'acqua fredda" invece, Vagococcus salmoninarum è la specie maggiormente implicata (presente in Francia ed Italia in trota iridea); seguono Carnobacterium piscicola e Lactococcus piscium.

Nell'ambito delle "streptococcosi d'acqua calda" sono ancora da distinguere, in relazione alla gravità ed alle lesioni riscontrabili, due patologie: la lattococcosi, sostenuta da L. garvieae e la streptococcosi propriamente detta, sostenuta da S.iniae. La prima ha un andamento decisamente iperacuto-acuto, con una mortalità molto elevata, mentre la seconda presenta un andamento cronicizzante, con minor mortalità.
In Italia, fino ad oggi, sono state segnalate la lattococcosi e la vagococcosi; la streptococcosi propriamente detta è presente fino a questo momento solo in Israele.

La lattococcosi (L. garvieae) è la patologia sostenuta da cocchi gram positivi più diffusa sul territorio italiano e per questo più studiata. Fin dalla sua prima apparizione nel 1991, ha causato elevatissimi danni alle troticolture italiane della pianura padana, con mortalità elevatissime, oscillanti tra il 50 ed il 70% a seconda delle annate. Colpisce le trote di tutte le taglie con maggiore predilezione per quelle di taglia superiore, dove provoca mortalità ingenti. La sintomatologia in vasca è caratteristica ed ogni allevatore che convive con tale malattia l’ha ben presente: oltre ad un comportamento letargico dei soggetti, che nuotano superficialmente al fondo delle vasche e vicino alle griglie, sono evidenti la melanosi ed il caratteristico esoftalmo bilaterale che porta alla protrusione dei globi oculari, che in alcuni casi arriva allo scoppio vero e proprio ed alla completa espulsione. Si osserva inoltre la presenza di ano estremamente arrossato e congesto, spesso con fuoriuscita di materiale mucoso bianco-giallastro. I soggetti con patologia conclamata non si alimentano, per l'instaurarsi di una precoce anoressia e giungono ben presto a morte. Il quadro anatomopatologico è altrettanto caratteristico, in quanto si osserva evidente esoftalmo, accompagnato da opacamento della cornea. All'apertura della cavità celomatica si evidenziano pericardite, emorragie sparse a tutti i visceri, soprattutto a livello di fegato, grasso periviscerale e vescica natatoria e splenomegalia; si apprezzano inoltre marcati fenomeni di meningite e di enterite emorragica. La precoce anoressia, accompagnata dai sempre più frequenti problemi di antibiotico-resistenza, rende tale patologia difficilmente trattabile con i comuni presidi terapeutici.

La vagococcosi (sostenuta da V. salmoninarum) è invece una malattia ad andamento cronicizzante che colpisce soprattutto soggetti di grossa taglia (superiore ai 100 g). E’ comparsa con una certa frequenza solamente da pochi anni sul nostro territorio, ma sta diffondendosi in modo preoccupante. Patologia tipicamente d'acqua fredda, con temperature ideali di crescita dell’agente eziologico intorno agli 8-10° C. La sintomatologia è del tutto analoga alla precedente, tanto da essere praticamente indifferenziabile dal punto di vista clinico, in quanto a tali temperature anche la lattococcosi presenta un andamento meno grave. La mortalità accertata fino a questo momento si attesta intorno al 20-30% annuo, alimentando notevolmente le preoccupazioni degli allevatori e dei ricercatori. Le lesioni sono caratterizzate da cheratite ed emorragie oculari, anemia branchiale ed epatica, emorragie a carico di fegato, vescica natatoria e peritoneo, splenomegalia e pericardite, iperemia ed edema delle meningi. Anche in questo caso la terapia antibiotica risulta essere poco efficace per l'anoressia che si instaura precocemente e per la facile resistenza indotta.
Per la lattococcosi, a differenza della vagococcosi, da diversi anni oramai, si è intrapresa la strada della profilassi vaccinale per via intraperitoneale che ha fornito dati incoraggianti. L'iniezione intraperitoneale porta ad una immunità abbastanza solida e duratura (da 3 a 5 mesi a seconda del tipo di vaccino). Sono attualmente allo studio anche interventi vaccinali per os, mediante vaccino da somministrare attraverso il mangime e per bagno.

La Streptococcosi ittica è un argomento di grande attualità: grazie agli studi finora effettuati, in gran parte da ricercatori dell'IZS di Torino ed israeliani, si è giunti a molte conoscenze che però necessitano di ulteriori approfondimenti. Nel prossimo triennio probabilmente sarà possibile ottenere altri buoni risultati nel controllo di queste malattie, anche grazie alla ricerca finanziata dal Ministero della Sanità e dalla Comunità Europea, a cui partecipano Israele, Francia ed Italia, con 3 centri di ricerca (IZS di Torino, di Perugia e di Brescia) ed alla ricerca di singole ditte private. E' opportuno che anche gli allevatori collaborino, per quanto può essere di loro competenza, a queste ricerche, in modo da conoscere al meglio queste patologie, per poterle combattere.

Marino Prearo

Additivi consenti nei prodotti ittici

Per ciò che riguarda le sostanze potenzialmente tossiche aggiunte agli alimenti, i rischi possono provenire da additivi non ammessi o presenti in misura superiore ai limiti consentiti, in base alla normativa vigente, e cioè al Decr.MINISAN n.209 del 27-2-1996.

I coloranti non sono generalmente ammessi nei prodotti ittici freschi e trasformati (Decr. Cit., All. IV), salvo (Decr. Cit., All. VI) E 123 Amaranto in uova di pesce (max 30 mg/kg), E 160 b Annatto, Bissina, Norbissina in pesce affumicato (max 10 mg/kg) e una serie di sostanze, riportate nell’All. VII del decreto citato, in paste di pesce e di crostacei, crostacei precotti, succedanei del salmone, surimi, uova di pesce e pesce affumicato.

Per ciò che riguarda gli edulcoranti (Decr. Cit., All. VIII), in conserve e semiconserve agrodolci di pesce e marinate di pesce, crostacei e molluschi, sono ammessi E 950 Acesulfame K (max 300 mg/kg), E 955 Sucralosio (max 120 mg/kg), E 959 Neoesperidina DC (max 30 mg/kg), E 962 Sale di aspartame-acesulfame (max 200 mg/kg).

Si rimanda al Decr. Cit. All. IX, per un elenco di additivi ammessi (“Quanto basta”) in prodotti ittici lavorati, mentre, all. All. X, si ammette l’uso di E333 Citrati di calcio (q.b.) in pesci, crostacei e molluschi non lavorati, anche congelati e surgelati.

Infine, si riporta la seguente tabella, derivata dal Decr. Cit. All. XI-XII, in cui si elencano, con riferimento a vari prodotti ittici, alcuni conservanti e altri additivi (e i relativi limiti) ammessi.

CODICE E SOSTANZA

PRODOTTO

LIMITI

E 200 Acido sorbico
E 202 Sorbato di potassio
E 203 Sorbato di calcio

Code di gamberi di fiume europei cotte e molluschi cotti marinati e preconfezionati

2000 mg/l

E 200 Acido sorbico
E 202 Sorbato di potassio
E 203 Sorbato di calcio
E 210 Acido benzoico
E 211 Benzoato di sodio
E 212 Benzoato di potassio
E 213 Benzoato di calcio

Prodotti a base di pesce semiconservati, compresi i prodotti a base di uova di pesce

2000 mg/l

 

Pesce salato ed essiccato

200 mg/l

 

Gamberetti cotti

2000 mg/l

 

Crangon crangon e Crangon vulgaris, cotto

6000 mg/l

E 220 Anidride solforosa

Pesci delle specie gadidi salati essiccati

200 mgSO2/l

E 221 Solfito di sodio

 

 

E 222 Sodio bisolfito

Crostacei e cefalopodi freschi, congelati e surgelati

150 mgSO2/l (nelle parti commestibili)

E 223 Metabisolfito di sodio

 

 

E 224 Metabisolfito di potassio

Crostacei, famiglia dei peneidi, solenceridi e aristeidi:

fino a 80 unità: 150 mgSO2/l (p.comm.) - tra 80 e 120 unità: 200 mgSO2/l (p.comm.) - + di 120 unità: 300mgSO2/l (p.comm.)

E 226 Solfito di calcio

 

 

E 227 Calcio bisolfito

Crostacei e cefalopodi cotti

50 mgSO2/l (nelle parti commestibili)

E 228 Potassio solfito acido

 

 

E 284 Acido borico
E 285 Tetraborato di sodio (borace)

Uova di storione (caviale)

4 gH3BO3/kg

E 251 Nitrato di sodio
E 252 Nitrato di potassio

Aringhe e spratti marinati

5 gP2O5/kg

E 452 Polifosfati i) Polifosfato di sodio ii) Polifosfato di potassio iii) Polifosfato di sodio e calcio iv) Polifosfato di calcio

Surimi

1 gP2O5/kg

 

Pasta di pesci e crostacei

5 gP2O5/kg

 

Pastelle

12 gP2O5/kg

 

Filetti di pesce non lavorato, congelato o surgelato

5 gP2O5/kg

 

Molluschi e crostacei congelati o surgelati, lavorati e non lavorati

5 gP2O5/kg

 

Prodotti a base di crostacei in scatola

1 gP2O5/kg

E 385 Etilendiamminotetraacetato di calcio disodico (EDTA di calcio disodico)

Crostacei e molluschi in scatola o in barattolo

75 mg/kg

 

Pesce in scatola o in barattolo

75 mg/kg

 

Crostacei congelati e surgelati

75 mg/kg

E 420 Sorbitolo i) Sorbitolo ii) Sciroppo di sorbitolo

Prodotti ittici lavorati e non lavorati

Q.B.

E 421 Mannitolo

 

 

E 953 Isomalto

 

 

E 965 Maltitolo i) Maltitolo ii) Sciroppo di maltitolo

 

 

E 966 Lattitolo

 

 

E 967 Xilitolo

 

 

E 425 Konjak i) gomma di Konjak ii) glucomannano di Konjak

Prodotti ittici lavorati

10 g/kg

E 620 Acido glutammico

Prodotti ittici lavorati

10 g/kg

E 621 Glutammato monosodico

 

 

E 622 Glutammato monopotassico

 

 

E 623 Diglutammato di calcio

 

 

E 624 Glutammato monoammonico

 

 

E 625 Diglutammato di magnesio

 

 

E 626 Acido guanilico

Prodotti ittici lavorati

500 mg/kg

E 627 Guanilato disodico

 

 

E 628 Guanilato dipotassico

 

 

E 629 Guanilato di calcio

 

 

E 630 Acido inosinico

 

 

E 631 Inosinato disodico

 

 

E 632 Inosinato dipotassico

 

 

E 633 Inosinato di calcio

 

 

E 634 5'-ribonucleotidi di calcio

 

 

E 635 5'-ribonucleotidi di sodio

 

 

Le patologie delle uova e del sacco vitellino nelle trote

E’ stato evidenziato come nelle trote esista una certa correlazione tra le dimensioni, il colore e la vitalità delle uova. Solitamente anche da colture sane viene prodotto un certo numero di uova non fertili o “bianche”, soprattutto se vengono spremute in un periodo non ottimale: nei casi in cui più del 20% di un lotto non risulta fertile è consigliabile scartarlo. Oltre alle uova sterili, una certa quantità di uova vive vengono perse durante lo sviluppo, in particolare se le uova immature, cioè non embrionate, non vengono maneggiate con cura. Queste ultime, quando muoiono, verranno inevitabilmente infettate da funghi che si diffondono in seguito alle uova sane più vicine.

Per risolvere questo problema vengono seguiti diversi sistemi. Uno particolarmente utilizzato consiste nello scuotimento delle uova non ancora mature per aumentare la separazione di quelle morte dal resto del lotto, così quest’ultime possono subito essere rimosse. L’eliminazione quotidiana delle uova morte può essere effettuata con l’uso di una pipetta aspirante. In alternativa l’allevatore potrà prevenire lo sviluppo dei funghi mediante una disinfezione e le uova morte saranno eliminate poco prima della schiusa usando un sistema automatico mediante impiego di apparecchi elettronici per contare le uova.
Queste talvolta possono presentare delle anomalie, in particolare la presenza all’interno dell’uovo (e più tardi nel sacco vitellino dell’embrione) di puntini bianchi o coagulati di materiale vitellino. Si ritiene che questo fenomeno sia dovuto agli effetti di metalli pesanti nell’acqua, soprattutto zinco e rame.

E’ infatti importante che tubature galvanizzate o cromate vengano escluse dall’avannotteria.
Occasionalmente le uova sviluppano inoltre una consistenza soffice e viscosa che tende a riunirle insieme. Anche se la causa non è del tutto chiara, si ritiene che sia associata ad un eccesso di ammoniaca nell’acqua. Il rimedio migliore consiste nell’aumentare il flusso dell’acqua in modo che il livello di ammoniaca venga abbattuto.

Deve essere inoltre ricordato quindi che anche la qualità dell’acqua è un fattore molto importante. La temperatura normalmente non dovrebbe superare i 13°C e in sospensione non dovrebbero essere presenti solidi che potrebbero coprire le uova e limitare la loro capacità respiratoria. Gli ioni a base di ferro disciolti, provenienti per esempio da tubature ferrose o da depositi naturali, possono precipitare sulla superficie delle uova causandone perdite. Se la materia organica sospesa rappresenta un problema, in seguito per esempio a una piena, può essere utile predisporre in entrata un letto filtrante di ghiaia.
Un altro problema presente nelle zone caratterizzate da acque molli è rappresentato dall’insorgenza di bassi livelli di pH, in concomitanza a valori elevati di manganese e alluminio in seguito a piogge acide.

Attraverso le uova vengono trasmesse alcune malattie infettive da una generazione all’altra. La maggior parte degli organismi patogeni, eliminati con le uova e con i fluidi riproduttivi durante la fregola, riesce ad aderire soltanto alla superficie dell’uovo pertanto con un’adeguata disinfezione possono essere distrutti. Alcuni patogeni, tuttavia, sono in grado di rimanere all’interno delle uova, senza provocarne la morte. Essi vengono rilasciati nell’acqua ed infettano altri pesci. Le malattie più importanti che vengono così trasmesse per via verticale, cioè da una progenie all’altra, sono il virus IPN e il Renibacterium salmoninarum, agente eziologico della BKD.
Ecco perché i più accorti produttori di uova e di avannotti controllano i lotti attraverso un continuo monitoraggio. Uno dei migliori indicatori della condizione di salute delle uova è rappresentato dalla qualità del fluido ovarico che viene deposto con le uova. Questo deve essere completamente chiaro, anche se viscido. Se questi liquidi sono emorragici oppure opachi e
soprattutto se questi fluidi sono bianchi, filamentosi o contengono materiale particolato, probabilmente le uova sono contaminate e non possono essere utilizzate.

Le condizioni igieniche dell’avannotteria sono molto importanti non solo prima della schiusa ma anche dopo questo stadio. La superficie dell’uovo servirà come sito per la moltiplicazione di funghi e parassiti, se questi non vengono rimossi con una certa regolarità. L’attenzione prestata alle procedure sanitarie permetteranno di fornire un ambiente migliore per il sacco vitellino ed in questo modo gli avannotti inizieranno in modo ottimale la loro vita.
Spesso si osserva l’insorgenza di anomalie strutturali e gli embrioni, che sono come “mostri”, possono risultare simili a gemelli siamesi. Se la loro incidenza è più dell’1%, il lotto dovrà essere controllato attentamente.
Oltre a queste anomalie, vengono spesso osservate altri due tipi di anormalità del sacco vitellino che sono la malattia del “sacco-blu” e la “deformazione del sacco”.

La prima si ha quando il sacco vitellino aumenta di volume tanto da impedire all’embrione di nuotare nella posizione normale ed è dovuta ad un aumento del liquido nel sacco vitellino che impartisce una colorazione blu-grigiastra. La causa principale è probabilmente da imputarsi all’accumulo di prodotti metabolici e talvolta l’ostacolo viene aggirato aumentando il flusso dell’acqua.
Nella seconda si possono osservare “globuli” di grasso dentro il sacco vitellino che si presentano in superficie come piccole ernie in modo da deformare la morfologia del sacco. Nella trota questa malattia è di solito associata ad un carente ricircolo dell’acqua o ad elevate temperature di incubazione; un sistema di prevenzione può essere rappresentato da un aumento del flusso dell’acqua o dalla riduzione della densità del lotto.
Sempre nel sacco vitellino la sovrasaturazione dell’acqua con i gas disciolti può portare ad un accumulo di bolle che provocano la morte dell’embrione. Nei casi meno gravi dopo aver riassorbito il sacco vitellino si notano avannotti con branchie affette da emboli. Il pesce nuoterà in modo disturbato con evidenti alterazioni. In caso sospetto l’allevatore potrà averne conferma, o meno, di questo fenomeno utilizzando un espediente nel caso in cui vi sia ipersaturazione: immergendo la mano nell’acqua si osservano delle bolle che conferiscono una lucentezza argentata sulla superficie della pelle.
Esaminando con una lente i pesci colpiti, si evidenziano bolle di gas nella pelle o emboli all’interno dei capillari delle branchie. Si può ovviare a questo conveniente eliminando l’eccesso di gas mediante aerazione e riparando ogni perdita nelle tubature o pompe che possono immettere aria nel sistema. Talvolta la malattia da gas può essere causata da un corpo idrico in entrata più freddo rispetto alla temperatura presente in avannotteria e non esiste un adeguato mescolamento dell’acqua sovrasatura.

Se invece negli embrioni morti non si osservano evidenti segni esterni allora probabilmente, la causa è la presenza di parassiti. Al microscopio, nei preparati a fresco di branchie e di pelle, si evidenziano spesso parassiti appartenenti al genere Costia o Ichthyobodo che possono infestare il sacco vitellino dell’embrione. Inoltre poiché al primo pasto l’avannotto è particolarmente vorace, si nutre, oltre che del liquido vitellino stesso, anche di qualsiasi materiale particolato di dimensioni appropriate, e di conseguenza può assumere anche spore fungine. Queste appartengono prevalentemente al genere Phoma o Saprolegnia, e l’ingestione può causare la crescita del fungo, soprattutto in quello che rimane del sacco vitellino. I pesci colpiti hanno un sacco arrotondato e bianco. Nello stadio più avanzato gli avannotti appaiono più scuri e mostrano un’evidente distensione addominale in grado di causare un’elevata mortalità. L’inserimento di un filtro in entrata che trattenga il materiale e una scrupolosa igiene rappresentano dei sistemi di prevenzione molto efficaci contro questa infestione.

Dott.ssa Sandra Zanchetta
Dott.ssa Antonella Magni

P D K - La malattia del rene - Proliferative Kidney Disease

La discussa efficacia della fumagillina e l’impossibilità di utilizzazione del verde malachite hanno reso la malattia del rene proliferante ancora più importante e difficile da curare. Sebbene il periodo estivo sia ancora lontano, vi propongo il lavoro della Dott.ssa Antonella Magni e della Dott.ssa Sandra Zanchetta su questa patologia.

La malattia del rene proliferante indicata con la sigla PKD, dalla forma inglese contratta di Proliferative Kidney Disease, è causata da un protozoo di classificazione incerta e caratterizzata da una infiammazione cronica del rene. Nonostante siano diverse le specie di salmonidi che possono essere colpite questa malattia è stata spesso evidenziata in trota iridea (Oncorhynchus mykiss). Presente in varie parti del mondo, in Europa risulta particolarmente diffusa nelle troticolture comprese quelle italiane.

Descritto per la prima volta agli inizi degli anni ‘70 l’agente responsabile di questa parassitosi è stato inizialmente identificato in un’ameba e solo successivamente, attraverso un attento studio della sua struttura morfologica, è stato riconosciuto similare ad un mixosporidio della famiglia Shaerospora: infatti nel corso del suo ciclo evolutivo presenta uno stadio sporidico.

In genere la parassitosi ha un carattere stagionale con quadri conclamati soprattutto nel periodo di inizio estate fino a tardo autunno. Tende ad infestare pesci ancora molto giovani ed il recente sospetto che possa rappresentare un parassita naturale in trota, oltre alla incompleta conoscenza del suo ciclo vitale rende questa parassitosi una interessante materia di studio per diversi gruppi di ricerca. Anche se i dati reperibili al momento in bibliografia, e le sperimentazioni realizzate sono ancora poco pubblicizzate, l’argomento risulta importante in quanto anche nelle troticolture nostrane la PKD si presenta con numerosi casi. Riuscire ad aumentare le informazioni scientifiche sulla malattia potrebbe essere di conseguenza un valido aiuto per gli addetti ai lavori del settore ittico.

Come suggerisce il nome con cui è definita questa parassitosi “l’organo bersaglio”, che primariamente invade, è rappresentato dal rene. Questo infatti presenta un aumento di volume non indifferente tanto che è possibile osservare sul lato esterno dei pesci colpiti , lungo la linea laterale, un marcato rigonfiamento.

Normalmente i sintomi conclamati negli animali affetti dalla malattia sono costituiti da esoftalmo, dilatazione addominale con presenza di ascite, melanosi ed una spiccata anemia generalizzata.
In particolare quest’ultima ad un attento esame autoptico, nel pesce che presenta PKD, interessa il rene, la milza ed il fegato. A questi si accompagna un caratteristico quadro anemico anche delle branchie.

In generale comunque il parassita presenta uno spiccato tropismo verso il parenchima renale che oltre ad un marcato aumento di volume è caratterizzato da un contemporaneo rammollimento dell’organo. Il rene inoltre è interessato dall’infestazione in tutta la sua estensione con particolare preferenza per il terzo posteriore. A livello superficiale si possono rilevare macroscopicamente noduli più o meno pronunciati in relazione alla gravità dell’infestazione.
La diagnosi della malattia può essere effettuata mediante una indagine istologica che supporta la diagnosi di campo conseguita dalla sommatoria dei sintomi clinici osservati. In particolare si può eseguire a livello di laboratorio una ricerca del microrganismo su porzioni di tessuto renale fissato in paraffina e successivamente colorate con ematossilina eosina oppure con il metodo Giemsa (una colorazione non particolarmente complessa, che viene eseguita “ a fresco” su impronte renali impresse su vetrini per lettura microscopica). Con l’ausilio del microscopio è possibile individuare il parassita e l’assetto della struttura morfologica renale fortemente alterata qualora la parassitosi sia in atto.

In questo caso, il quadro istologico risulterà particolarmente evidente presentando una distruzione delle strutture escretorie renali all’interno di aree di infiammazione cronica, iperplasia ed occlusione dei vasi poiché l’endotelio vasale, cioè lo strato di cellule che delimita i vasi sanguigni, risulta un’area preferenziale di localizzazione per il parassita. Spesso perciò si possono rilevare aggregati cellulari che creano dei problemi di occlusione vasale. Questo sembra dovuto anche per la proliferazione di cellule fagocitarie richiamate dalla presenza del parassita.
Resta infine ancora poco definita la diminuzione di melanina associata con la presenza di PKD. Si pensa che probabilmente sia in relazione alla massiccia attivazione delle cellule macrofagiche mobilitate nei confronti del parassita ad una azione fagocitaria, non è chiaro però come il meccanismo si sviluppi.
Al momento numerosi studi sono in corso nel tentativo di offrire delle valide soluzioni verso questa patologia che interessa sia il nostro Paese che altri Stati europei , forti produttori di pesce, come ad esempio la Scozia. Sono infatti di origine scozzese i più recenti lavori diagnostici nei confronti della PKD.

Rimane purtroppo però ancora insoluto il problema della diffusione della parassitosi.
E’ comunque stato osservato che un gruppo di individui qualora colpito dalla malattia presenterà una forte incidenza di mortalità perchè il quadro anemico creatosi rende i soggetti parassitati particolarmente vulnerabili a patogeni secondari o a fattori ambientali stressanti. Ad esempio una riduzione dei valori ottimali di ossigeno può rappresentare un elemento debilitante in tal senso. Ricordando inoltre che il rene è l’organo per eccellenza deputato al meccanismo di osmoregolazione e riconosciuto uno dei siti primari della risposta immunitaria dei pesci si intuisce facilmente come una incapacità ad adempiere le funzione alle quali è preposto crea nei soggetti colpiti uno stato di stress generale. E a conferma di una ridotta attività nel processo di osmoregolazione sarebbero imputabili i segni di esoftalmo e ascite.
Risulta, ed è stato osservato sperimentalmente, come sia buona norma per abbassare i valori di mortalità determinati dalla PKD tenere costantemente controllati ad un livello ottimale i principali parametri dell’acqua (quali ossigeno, temperatura e pH) dove i pesci sono stabulati. La temperatura deve essere mantenuta al di sotto di determinati valori in quanto si è visto che la patologia è strettamente correlata a questa, in modo particolare quando supera i 15°- 16°C.

Negli animali affetti dalla parassitosi andranno anche evitate quelle situazioni che portano direttamente o indirettamente a situazioni stressanti per il pesce. Selezioni, manipolazione eccessiva, trasporti, forzature di alimentazione andranno notevolmente ridotti.
Una diminuzione nell’alimentazione con conseguente riduzione dei prodotti catabolici e il miglioramento dello stato qualitativo dell’acqua, costantemente mantenuto con un buon ricircolo, potranno rappresentare delle buone pratiche di gestione che permetteranno in certa misura di controllare la malattia.
In termini terapeutici oltre alla applicazione di alcune buone norme nella conduzione di allevamento è stato associato, soprattutto in passato, l’impiego di disinfettanti come ad esempio il verde malachite. Questo si presentava particolarmente valido contro l’infestione protozoaria. Il problema del suo utilizzo è subentrato però in questi ultimi anni in quanto è stato bandito legalmente a tutela della salute pubblica. Di conseguenza è risultato che anche leggere tracce di residuo di questa sostanza nei pesci del commercio impone la loro esclusione dal consumo.
A scopo terapeutico sono stati anche impiegati farmaci ad azione antiprotozoaria come ad esempio la fumagillina, impiegata negli USA e nel Regno Unito e sperimentalmente utilizzata in Francia, il cui utilizzo però ha dimostrato un alto valore di tossicità del prodotto e un riscontro non particolarmente positivo in termini di sopravvivenza dei soggetti trattati.
Alla luce di queste considerazioni si può quindi dedurre come l’unica metodica di trattamento efficace, attuabile nei confronti di questa malattia, sia rappresentata per ora da una attenta gestione dell’allevamento.

Dott.ssa Sandra Zanchetta
Dott.ssa Antonella Magni

Patologo delle specie ittiche

Descrizione del lavoro
Il patologo delle specie ittiche lavora nel campo dell’acquacoltura e si preoccupa principalmente di assicurare la salute ed il benessere dei consumatori di pesci d’allevamento. Per fare questo, i patologi delle specie ittiche devono preoccuparsi del benessere dei pesci negli impianti di allevamento, adottare tutte le misure preventive necessarie a proteggere la popolazione ittica degli allevamenti dalle malattie e, all’occorrenza, somministrare il trattamento appropriato. Alcuni Patologi delle Specie Ittiche lavorano quasi esclusivamente nei laboratori, specializzandosi in aree quali microbiologia, parassitologia o immunologia.

Tipiche attività di lavoro
La cosa più importante da sottolineare è che il patologo delle specie ittiche ha a che fare con i pesci degli impianti e non con un singolo pesce, a meno che non si tratti di una razza veramente pregiata.
Il compito di un patologo delle specie ittiche è quello di monitorare gli impianti prestando attenzione ai comportamenti anomali quali, ad esempio, perdita d’appetito, nuoto irregolare, mortalità. Questo costante esame clinico del comportamento dei pesci permette di lanciare l’allarme in maniera rapida nel caso si diffondano malattie nell’allevamento.
Nella maggior parte dei casi, le malattie non possono essere diagnosticate solo con questo costante esame clinico, quindi è necessario il supporto di un laboratorio. Nelle avannotterie e negli allevamenti, a volte, sono presenti piccoli laboratori da dove, sulla base dei dati a disposizione, si possono formulare diagnosi iniziali e proposte di azioni da attuare tempestivamente in attesa della determinazione della diagnosi finale.
La selezione, la conservazione, la preparazione e l’esame di campioni biologici è cruciale per una diagnosi corretta. Esiste un numero limitato di farmaci approvati da utilizzare negli organismi acquatici, quindi la sfida è nella corretta applicazione di quest’ultimi a seconda delle diverse malattie. Le cure vengono somministrate principalmente attraverso il mangime. Le dosi dipendono dai quantitativi allevati e dalla temperatura.
La stretta collaborazione tra il patologo delle specie ittiche ed il personale dell’allevamento è un prerequisito cruciale per raggiungere migliori risultati. Il patologo delle specie ittiche istruisce il personale dell’allevamento sull’uso dei metodi e delle pratiche anti-stress per i pesci.

Condizioni contrattuali
Stipendio iniziale:
Può variare da circa 20.000 € fino a raggiungere i 50.000 € per le qualifiche più alte e per i Patologi e Veterinari delle Specie Ittiche già esperti. Il livello dipende anche dalle dimensioni dell’allevamento e dal numero di siti che sono sotto la responsabilità dei Patologi e Veterinari delle Specie Ittiche.
Orario di lavoro
Normalmente un Patologo delle Specie Ittiche che lavora per una azienda di Acquacoltura ha un orario di 8 ore giornaliere. Bisogna comunque tenere in considerazioni che, a causa della natura del lavoro e del fatto che le malattie possono apparire all’improvviso e in qualsiasi momento, l’orario risulta puramente indicativo e poco rilevante. Un Patologo delle Specie Ittiche deve essere reperibile a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi giorno.

Mobilità nel settore
I Patologi delle Specie Ittiche sono molto ricercati dalle imprese del settore e, di solito, non hanno problemi a trovare lavoro.
Disponibilità di lavoro temporaneo o permanente
Molti Patologi delle Specie Ittiche lavorano come liberi professionisti, anche spostandosi in diversi allevamenti di differenti paesi.

Requisiti richiesti
Titolo di studio necessario
Un Patologo delle Specie Ittiche può essere laureato sia in Biologia che in Medicina Veterinaria. Un Veterinario delle Specie Ittiche ha una laurea in Medicina Veterinaria. In entrambi i casi sono necessari anche degli studi post-laurea dato che le patologie dei pesci richiedono ulteriori specializzazioni. In tutta Europa esistono Master post-laurea molto riconosciuti a livello internazionale che offrono studi dettagliati in materia.

Tipico percorso di studi
La laurea in Medicina Veterinaria si consegue in 5 anni. Una laurea in Biologia si consegue in 3 o 4 anni a seconda del paese (es. tre anni in Gran Bretagna, quattro in Grecia). I corsi di Master durano uno o due anni.

Piani di eradicazione e programmi di riconoscimento delle principali malattie virali dei pesci d'allevamento

In una precedente occasione si era accennato ai programmi di riconoscimento delle aziende di troticoltura, ai sensi del DPR 555/92, soffermandoci sui requisiti strutturali minimi e sulle varie tipologie d'impianto, con particolare riferimento alle specie presenti. Oggi vorrei chiarire attraverso quali passaggi si possa arrivare all'obiettivo del riconoscimento il quale deve rappresentare l'atto finale di un'azione di controllo iniziata, soprattutto per quanto riguarda le zone, qualche tempo prima dei 4 anni previsti per la dimostrazione del reale stato sanitario delle aziende. Il concetto fondamentale su cui si basa il riconoscimento è che i 4 anni di sorveglianza, comprensivi dei due anni di controllo di laboratorio, costituiscono solo la fase finale dell’intero piano di lotta che viene a ufficializzare una situazione di indennità preesistente.

Quanto sopra esposto è deducibile anche dal semplice fatto che il piano di riconoscimento non richiede alcuna azione di disinfezione degli impianti: ciò evidentemente presuppone che a monte sia già stato fatto tutto il necessario per partire da una situazione favorevole.
Prima di aderire ad un programma di riconoscimento è necessario pertanto chiedersi se in passato sia stato attuato nell’azienda o nelle aziende di una zona un regime di prevenzione in grado di escludere ogni possibilità di ingresso in impianto dei patogeni interessati. Ad esempio ci si deve porre alcuni quesiti: quale è stata fino ad oggi l'origine del materiale? i mezzi di trasporti sono stati adeguatamente disinfettati? ogni episodio di mortalità sospetta è stato diagnosticato correttamente? Se a queste semplici domande possono corrispondere tutte risposte favorevoli, ritengo che si abbiano buone probabilità che l'impianto sia effettivamente indenne e, a questo punto, si può aderire con tranquillità al piano di riconoscimento che, ripeto, serve solo a dimostrare ufficialmente lo stato sanitario di un’azienda o di tutte le aziende dell’intera zona.

In caso contrario, quando di fronte a queste domande intervengono dubbi e perplessità, prima di aderire ai piani di controllo indicati dalle linee guida del Ministero, e sottoporsi ai controlli previsti dal DPR 555/92, è necessario verificare il reale stato sanitario delle singole aziende con prelievi frequenti e mirati, da sottoporre alle indagini di laboratorio, consultandosi con i laboratori degli IZS di competenza ed eventualmente con il Centro Nazionale di Referenza dell'IZS delle Venezie. Al termine di queste indagini che possono rientrare in un piano ufficiale di monitoraggio, in presenza di un esito favorevole è lecito aderire al piano di riconoscimento. Se contrariamente si dovesse rinvenire una situazione sfavorevole per la presenza di una o più delle malattie virali comprese nell’elenco II del DPR 555/92, l'allevatore dovrà decidere di continuare o abbandonare ogni volontà di riconoscimento del proprio impianto ma, in caso positivo, si impone l’obbligo dell’eradicazione.
L'esperienza Danese e della Provincia di Trento dimostrano ampiamente che è possibile eradicare queste malattie, se vengono rispettate le direttive impartite, sia da impianti singoli che da intere zone.

Gli allevatori di trote sentono parlare ormai da anni di eradicazione e dei metodi applicati alla lotta alla Setticemia Emorragica Virale (VHS) e della Necrosi Ematopoietica Infettiva (IHN) come l'unica via per eliminare queste malattie dagli impianti. E' chiaro pertanto a tutti il significato della parola eradicazione ma forse non tutti sanno quale siano i metodi da impiegare per ottenere i risultati voluti. Allorquando una di queste malattie entra attraverso una via o un’altra, in un impianto di animali sensibili, è assolutamente improbabile che, senza alcun intervento, la stessa malattia possa estinguersi naturalmente; caso mai può rimanere allo stato latente per un periodo più o meno lungo, specie se esistono condizioni ottimali di tipo ambientale e/o manageriale, quali ad esempio l'elevata temperatura. Comunque presto o tardi, se non sono state attivate drastiche azioni di lotta, la sua presenza non tarderà a mostrare i propri effetti.

L'eradicazione rappresenta l'insieme delle operazioni che consentono di eliminare l'agente causale della malattia, da una singola azienda o da un intero territorio. Nel caso di queste malattie si tratta di due virus appartenenti alla stessa famiglia: essi sono i responsabili della VHS e della IHN e la nostra azione deve essere rivolta nei loro confronti, cercandoli e combattendoli in ogni angolo ed anfratto dell'impianto; nei pesci morti ed infetti; nell'acqua contaminata; nel fango, sotto gli stivali degli operai, sulle attrezzature, sul tavolo dove i riproduttori vengono “spremuti” nel corso della riproduzione; nelle uova appena spremute e in quelle già in fase di incubazione. Ovunque questi virus possono annidarsi e costituire una continua fonte di infezione. Quando l'allevatore decide, con convinzione, di voler affrontare queste malattie, allora la battaglia spesso deve considerarsi praticamente vinta, almeno per quanto riguarda le singole aziende. Quando invece si tratta di eradicare un intero bacino idrografico, si richiede un impegno maggiore che deve interessare contemporaneamente o in tempi lievemente diversi, tutte le aziende presenti nello stesso bacino. Comunque gli interventi dovranno procedere da monte verso valle.

L'estate rappresenta sicuramente il periodo migliore, infatti l'elevata temperatura ostacola la sopravvivenza del virus nell'ambiente esterno ed inoltre, in queste condizioni, gli eventuali portatori presenti nei corsi d'acqua guariscono più velocemente.
La presenza di un coordinatore, meglio se identificato all'interno del servizio veterinario ufficiale, costituisce una condizione essenziale per il buon esito dell'operazione finale, facilitando ed uniformando gli interventi nelle diverse realtà produttive. L'esempio della Danimarca dove a partire da circa 400 impianti infetti nel 1965 si è giunti a 15 impianti infetti nel 1998, costituisce senz’altro la testimonianza più concreta e valida nella lotta alla VHS ed è per questo motivo che altri Paesi hanno ritenuto, in seguito, di dover seguire la stessa metodologia d'intervento. Si tratta ovviamente di operazioni difficili e complesse che, in alcuni territori ad elevata prevalenza d'infezione potranno portare a risultati definitivi solo nel tempo, ed è per questo motivo che nessuno deve illudersi o illudere altri che interi bacini possano liberarsi definitivamente dalle malattie in esame nel breve volgere dei quattro anni più volte citati e previsti dalle normative ufficiali. Più spesso infatti sono stati necessari anni ed anni di lotta per eradicare completamente la malattia. Pertanto è importante sottolineare, soprattutto nel caso del riconoscimento delle zone, che i
quattro anni previsti dalla normativa, serviranno solo a dimostrare ufficialmente l'assenza della malattia nel territorio considerato.
In attesa di un documento ufficiale che indichi definitivamente la metodologia da seguire per le operazioni di eradicazione dei virus dei salmonidi si è voluto dare qualche suggerimento, sulla base dei metodi ampiamente collaudati in territori coma la Danimarca, la Norvegia e la provincia di Trento, per coloro che hanno necessità di iniziare, in tempi brevi, il risanamento dei propri impianti.

Svuotamento degli impianti
Tutti i bacini d'allevamento compresi nell'impianto devono essere svuotati dal pesce e dall'acqua presente. L'acqua di alimentazione dell'impianto deve essere deviata e quella che rimane nei bacini deve essere rimossa con l’impiego di pompe o altro. Il pesce, se proveniente da un impianto infetto, in accordo a quanto previsto dal DPR 263 /97 potrà essere venduto al mercato o trasferito in un altro impianto di analogo stato sanitario. Le operazioni di svuotamento che interessano più impianti nello stesso bacino vanno eseguite di preferenza contemporaneamente o, in caso di difficoltà tecniche, è assolutamente necessario iniziare da monte e proseguire verso valle. E' essenziale che durante tutto il periodo di trattamento gli impianti siano mantenuti a secco e in caso di difficoltà a prosciugare parti di bacino queste dovranno essere trattate con quantità maggiori di disinfettante assicurandosi che il principio attivo non venga diluito eccessivamente.

Pulizia e disinfezione
Prima di procedere alla disinfezione dell'allevamento tutti i bacini devono essere preventivamente puliti il che significa che è necessario allontanare quanto più possibile il materiale organico presente. Evidentemente questa operazione sarà più facilmente attuabile nei bacini in cemento rispetto ai più vecchi bacini in terra dove questo passaggio sarà senz’altro meno facile.
Dopo aver rimosso l’eccesso di materiale organico si può iniziare il trattamento di disinfezione che dipenderà dalla natura del bacino. Ancora una volta si deve ripetere che i bacini in cemento assicurano un risultato migliore in quanto facilmente trattabili. In questo caso vengono suggeriti l'impiego del cloro o della soda che potranno essere irrorati direttamente sulle superfici pulite. Per quanto riguarda la concentrazione di questi principi attivi il cloro viene normalmente impiegato come ipoclorito ( la normale candeggina del commercio) ad una concentrazione finale di cloro attivo del 1-2%, lasciando asciugare normalmente. La soda viene invece utilizzata in soluzione al 1% ed irrorata in ragione di 1 litro/mq come soluzione costituita da : Idrossido di sodio 100 gr.; Idrossido di calcio 2000gr; acqua 10 litri.

Nel caso di bacini in terra viene impiegata la calce viva (CaO) che deve essere dispersa sul terreno in dosaggio di 0,5-1 Kg/mq. E' indispensabile che dopo il trattamento non seguano giornate piovose altrimenti si rende necessario ripeterlo per essere certi dell'efficacia dello stesso. Lo stesso trattamento deve essere esteso a tutti gli argini e percorsi interni dell'impianto.
Ovviamente tutta l'attrezzatura presente nell'azienda deve essere preventivamente pulita mediante l'impiego di getti a pressione con aggiunta di detergenti e quindi disinfettata. Ancora una volta si possono consigliare l'uso del cloro o della formalina che può essere utilizzata anche per la disinfezione dei locali come fumigazione.

Qualunque sia il metodo di disinfezione impiegato l'utilizzo dei principi attivi sopra suggeriti richiede l'adozione di idonee misure di sicurezza per evitare ogni rischio per la salute degli operatori. Per questo motivo si raccomanda di non sottovalutare qualsiasi operazione e di impiegare indumenti di protezione nonché maschere dotate di filtri attivi.
E' indispensabile inoltre che il Servizio Veterinario Ufficiale sovrintenda le operazioni eseguite soprattutto in "zone continentali" dove la malattia è stata precedentemente diagnosticata, in quanto la normativa prevede, per giungere al riconoscimento delle aziende interessate, che il focolaio venga estinto,
obbligatoriamente mediante eradicazione.

Il vuoto sanitario deve durare almeno 4 settimane se condotto durante stagioni in cui la temperatura dell'acqua non scenda sotto ai 10°C, in caso contrario si rende necessario estendere a 2-4 mesi il periodo di vuoto biologico.

Ripopolamento degli impianti ed adozione di alcune misure di prevenzione
Gli impianti risanati devono essere ripopolati con uova o pesci provenienti da aziende riconosciute secondo il DPR 555/92. Altre certificazioni fornite dal servizio veterinario che certificano che la partita non presenta segni clinici di malattia non sono sufficienti a garantire lo stato sanitario dell'azienda di provenienza e pertanto non possono essere accettate per questo scopo.
Per evitare rischi di trasmissione della malattia attraverso i mezzi di trasporto è auspicabile che in ogni azienda venga predisposta una piazzola di carico e scarico, lontana dai bacini di allevamento dove l'acqua eventualmente scaricata non abbia alcuna possibilità di arrivare nell'impianto.
L'ingresso ed avvicinamento ai bacini di allevamento presenti in azienda deve essere consentito solo al personale strettamente impiegato. Persone esterne all'azienda, in quanto potenziali veicoli d'infezione, devono essere rifornite di idonei calzari e non devono venire a contatto con il pesce allevato.
In molti casi la vicinanza di aziende infette dovrebbe suggerire l'adozione di ulteriori misure quali ad esempio l'istallazione di reti anti-uccelli i quali possono costituire un reale rischio di infezione.

Per concludere questa breve relazione sui metodi di eradicazione impiegati vorrei ancora una volta sottolineare che questi piani di risanamento quando coinvolgono una o più zone continentali richiedono sforzi continui che spesso richiedono anni e certamente superano i quattro anni teorici previsti dalla normativa per ottenere il riconoscimento. Eventuali reinfezioni nel corso delle operazioni non devono essere interpretate come un fallimento definitivo ma come un piccolo passo avanti nell'obiettivo finale della eliminazione della malattia del territorio. Spero di aver contribuito a chiarire la filosofia dei piani di controllo applicate a queste malattie e
dissipare alcuni dubbi sulla metodologia da seguire; in caso contrario io ed i colleghi del mio Istituto siamo pronti per qualsiasi aiuto.

Dr. Giuseppe Bovo
Centro di Referenza Nazionale per l'Ittiopatologia
Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie - Legnaro (Padova)

Sicurezza dei medicinali veterinari per l'acquacoltura

Grazie alla loro composizione in nutrienti le carni degli animali acquatici sono tra i più importanti alimenti per l’uomo ed i nutrizionisti ne raccomandano un uso costante in tutte le fasce di età e nei diversi stati fisiologici.
Questi alimenti, se opportunamente trattati e conservati sia allo stato fresco che congelato, sono considerati tra i più sicuri da un punto di vista igienico sanitario, anche se tra alcune specie che vivono allo stato selvatico sono presenti delle sostanze tossiche naturali che possono provocare gravi danni ai consumatori. Inoltre i pesci selvatici che vivono in acque contaminate possono contenere “residui” di sostanze chimiche potenzialmente dannose. Infine i pesci, ma anche i molluschi ed i crostacei, possono essere il veicolo di microrganismi patogeni per l’uomo anche se, apparentemente, il loro stato di salute è ottimale.

Una risposta positiva per garantire ulteriormente il consumatore può venire dall’acquacoltura. Infatti, allevando i pesci in ambienti controllati ed utilizzando mangimi a loro volta controllati per l’assenza di contaminanti pericolosi, è possibile ottenere delle carni che da un punto di vista igienico-sanitario possono essere migliori di quelle degli animali selvatici che hanno vissuto in acque contaminate.
L’allevamento di animali acquatici presenta però numerosi problemi di cui forse il più importante è rappresentato dal rischio della comparsa e della rapida diffusione delle malattie a carattere infettivo, che oltre a compromettere lo stato di salute degli animali ed anche la qualità igienico sanitaria delle carni prodotte, possono anche ridurre drasticamente la produttività delle aziende con gravi ripercussioni economiche.
In ogni caso è importante rilevare l’impegno degli allevatori per mantenere le acque in cui vivono gli animali in condizioni igieniche ottimali, inoltre è opportuno effettuare degli interventi di profilassi vaccinale e, nel caso della comparsa di malattie, intervenire con farmaci adeguati.
Per ottenere e mantenere in buone condizioni di salute gli allevamenti è necessario di poter disporre di disinfettanti ambientali, prodotti immunologici e farmaci da utilizzare nelle varie occasioni, tenendo comunque presente che il loro impiego non è esente da rischi per la salute degli animali, dei consumatori ed anche per l’ambiente.
Gli animali acquatici che vengono esposti ai vari prodotti possono andare incontro a patologie iatrogene anche molto serie che possono provocare delle morie: basti pensare al rischio dell’impiego del rame o della formaldeide come disinfettanti delle vasche, che ad elevate concentrazioni possono essere letali per alcuni pesci.
Per i consumatori può esserci il rischio della presenza di residui nelle carni dei pesci di farmaci veterinari che vengono somministrati. Le varie sostanze che risultano utili ed efficaci in acquacoltura a volte possono possedere pericolose attività tossicologiche che ne compromettono le possibilità applicative anche in considerazione del fatto che i pesci hanno “ritmi” metabolici più lenti degli animali a sangue caldo e le deplezione dei residui può essere molto ritardata.

Altro aspetto importante da prendere in considerazione è quello dei rischi ambientali. Gli allevamenti degli animali acquatici non sono confinati ed isolati dall’ambiente circostante per cui gli effluenti che contengono residui alimentari, deiezioni, ecc., possono facilmente “contaminare” un intero bacino sia esso un lago, un fiume o il mare. Pur tenendo conto che esiste quasi sempre un fattore di diluizione molto elevata, non si possono escludere
effetti tossici su altri organismi acquatici ed anche fenomeni di bioaccumulo in organismi animali o vegetali presenti.
Tra i farmaci che vengono impiegati in acquacoltura quelli ad attività antibatterica rivestono un ruolo di fondamentale importanza; questi farmaci presentano un rischio molto importante che è quello della farmacoresistenza indotta nei batteri. Si tratta di un fenomeno molto importante che si manifesta con maggiore frequenza quando le sostanze antibatteriche sono presenti a concentrazioni modeste e nelle condizioni ambientali che caratterizzano gli allevamenti possono istaurarsi questi fenomeni.

I vari problemi che sono stati elencati sono ampiamente previsti dalle vigenti disposizioni di legge ed infatti in acquacoltura, come in ogni altra forma di allevamento, possono essere impiegati soltanto vaccini, farmaci, antibatterici e disinfettanti che risultino inseriti in “liste positive” e quindi sono state valutate per le loro caratteristiche di efficacia e di sicurezza di uso. Il lavoro di Guandalini, “Vademecum - Farmaci e disinfettanti utilizzabili inacquacoltura in Italia e nei paesi UE”, realizzato dall’Api con il contributo del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, dimostra quale sia il rigore che le autorità sanitarie applicano nella registrazione dei farmaci veterinari offrendo nel contempo un punto di riferimento tutti coloro che operano a vario titolo nel settore dell’acquacoltura riguardo un corretto utilizzo degli stessi.
Va anche aggiunto che i farmaci, sotto qualsiasi forma, possono essere impiegati soltanto a seguito di una prescrizione di un veterinario che, prima della ricetta, deve aver fatto una diagnosi della malattia che si deve curare. Purtroppo, almeno in Italia, le specialità medicinali ed anche i prodotti per i trattamenti di bonifica e disinfezione degli impianti registrati, non sono molti e ciò rappresenta un limite per i veterinari e gli allevatori che non dispongono di un “armamentario” farmaceutico adeguato. Sarebbe molto utile se le aziende farmaceutiche specializzate, utilizzando i farmaci per i quali esiste un MRL per i pesci, intensificassero gli sforzi per registrare nuove specialità in modo da fornire una più vasta gamma di prodotti. D’altra parte gli allevatori dovrebbero a loro volta porre la massima attenzione possibile ad evitare abusi o usi impropri di farmaci veterinari per pesci anche per evitare le lamentele delle industrie farmaceutiche che non trovano conveniente investire in ricerca in un settore che, come dicono, non offre sufficienti margini di guadagno.

L’impiego dei farmaci in acquacoltura comporta degli importanti benefici e non soltanto economici, ma anche nella qualità igienico sanitaria degli alimenti di origine ittica; i rischi sono commisurati al rispetto delle norme da parte degli allevatori. Tale rispetto comporta la sicurezza pressoché totale per gli animali, l’uomo e l’ambiente e, sicuramente, verrà apprezzato dai consumatori che potranno acquistare e mangiare in tutta tranquillità i pesci, molluschi e crostacei dei nostri allevamenti preferendoli magari ai tanti (e forse troppi) prodotti di importazione.
Agostino Macrì

Dipartimento di Sanità Alimentare ed Animale
Istituto Superiore di Sanità – Roma


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