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Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, parla del conto alla rovescia per mettere in sicurezza la Costa Concordia

Concordia, la diretta non-stop del recupero dall'Isola del Giglio

“Speriamo nella tecnologia e nella faccia che ci mette l’armatore. Speriamo che ci abbiano raccontato tutta la verità sui rischi ambientali che potrebbero verificarsi dopo lo sversamento in mare dei liquidi inquinanti che sono nello scafo. E speriamo che la nave possa essere trasferita in un porto dove lo smantellamento avvenga nel tempo più rapido e nel miglior modo possibile. Insomma, visto che si tratta di un’operazione mai tentata prima, speriamo”.

Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, parla del conto alla rovescia per mettere in sicurezza la Costa Concordia con pacatezza e buon senso. Anche se il rapporto tra associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente, Marevivo e Wwf) e Osservatorio per il monitoraggio della rimozione della Costa Concordia non è stato entusiasmante e sui dati sensibili che riguardano il materiale tossico - che fuoriesce dalle lamiere inquinando il mare del Giglio e lunedì toccherà il picco - ci sono poche certezze. Per dirla tutta, “scarsa trasparenza”.

“L’incidente è del gennaio 2012. E già da marzo i liquidi contenuti nello scafo defluivano senza che nessuno ne conoscesse la composizione esatta. Greenpeace e le altre associazioni avevano chiesto di essere consultate immediatamente dopo la creazione dell’Osservatorio, ma siamo stati ricevuti solo a settembre, convocati non a caso subito dopo l’annuncio che eravamo presenti sul posto per un sopralluogo presso la nave. Dopo quel primo incontro, e nonostante le promesse, fine dei contatti. Quindi, tutto quello che possiamo dire lo diciamo sulla base dei comunicati ufficiali. Con la speranza che dei tre possibili scenari sulla rotazione della nave quello che si verificherà lunedì sia il migliore”.

Immaginiamoli, questi tre scenari. Il primo prevede che la rotazione avvenga con successo.

“Noi facciamo il tifo perché tutto vada bene. Ma bisogna essere realistici. Secondo le stime ufficiali, una perfetta rotazione comporterà comunque la dispersione in mare di ottantamila metri cubi di liquidi, un terzo di quelli attualmente contenuti nella nave. Liquidi fortemente inquinati da idrocaburi non recuperati in questi 21 mesi, da tonnellate di sostanze organiche di vario tipo e da altri agenti chimici potenzialmente cancerogeni: collanti, detersivi, ritardanti di fiamma. E’ un po’ come se si scaricassero improvvisamente in mare le fognature e gli arredi di una città di cinquemila abitanti. E’ vero che intorno alla nave è stato allestito un cordone di sicurezza fatto di “panne” che pescano fino a cinque metri, ma non tutto il materiale galleggerà e poi bisognerà fare i conti con le correnti. A questo aggiungiamo il danno quasi irreversibile prodotto dalla “pavimentazione” costruita sul fondale per poggiare lo scafo fino al suo trasferimento”.

Quanto ci vorrà perché quel tratto di costa dell’isola del Giglio torni ad una situazione di “normalità”?

“Difficilissimo se non impossibile dirlo. I danni prodotti dal disastro della petroliera Exxon alla fauna marina e di conseguenza a tutta la catena alimentare sono ancora presenti. E sono passati venti anni”.

Secondo scenario, intermedio.

“In questo caso dobbiamo immaginare una rottura dello scafo o di parti di esso durante l’operazione di rotazione. D’altra parte non sappiamo con certezza in che condizioni sia la fiancata sommersa. E’ stata perforata? Reggerà alla trazione? Le conseguenze sarebbero abbastanza prevedibili. Invece di ottantamila metri cubi di liquidi, ne finirebbero in mare molti di più. E la rimozione della nave dall’isola richiederebbe tempi ancora maggiori”.

Terzo scenario, il peggiore. Durante la rotazione, la nave affonda.

“Non ci voglio nemmeno pensare. Intanto si porrebbe subito un problema legale, perché in questa eventualità la nave diventerebbe a tutti gli effetti un relitto e l’armatore non avrebbe più alcuna responsabilità né giurisdizione su di esso. Il danno ambientale sarebbe massimo, anche se paradossalmente l’operazione di recupero di uno scafo completamente sott’acqua potrebbe essere meno problematica di quella che si affronta con una nave parzialmente affiorante. Comunque, l’ecosistema verrebbe danneggiato per un tempo incalcolabile. E bisognerebbe ricominciare tutto daccapo”.

Incrociamo le dita.

“Ben strette. E speriamo che non ci abbiano nascosto nulla”.

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